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Robot collaborativi, l'automazione è smart

Robot collaborativi, l’automazione è smart

di Alessia Cotroneo

L’ultima generazione di applicazioni robotiche ha velocità di lavoro ridotta e non necessita di barriere per lavorare accanto all’operaio. Innovazioni intelligenti che consentono di defaticare gli uomini e aumentare la produzione, come spiega Paolo Bertello
I robot collaborativi sono già una realtà in vari settori produttivi. La quarta rivoluzione industriale si distingue proprio per automazione e applicazioni robotiche industriali finalizzate a migliorare la qualità del lavoro umano, aumentando la produttività degli impianti. Un processo che va molto oltre la meccanizzazione, supera definitivamente il concetto di produzione di massa e catena di montaggio massiva, introduce un ulteriore step anche rispetto all’informatizzazione. La rivoluzione cibernetica non è proprio dietro l’angolo, soprattutto per le Pmi, ma i presupposti ci sono tutti. E anche gli incentivi statali non mancano, con il Piano Nazionale Industria 4.0 che prevede iperammortamenti e superammortamenti, credito d’imposta alla ricerca e detrazioni fiscali per le imprese che investono sull’innovazione. In questo quadro, i robot collaborativi interconnessi e rapidamente programmabili (advanced manufact solutions) sono in cima alla lista delle tecnologie abilitanti, per più di una ragione, come spiega Paolo Bertello, fondatore e responsabile commerciale dell’azienda cuneese Sdk Srl, specializzata in automazione industriale e controllo di processo.

«Le applicazioni robotiche collaborative sono l’ultima generazione di robot, macchine con una velocità di lavoro ridotta rispetto ai robot tradizionali – sottolinea Bertello – che consente di farli operare in tutta sicurezza, senza bisogno di barriere a fianco degli operai in carne e ossa. Sono impiegate spesso in processi produttivi realizzati dagli uomini ma che risultano particolarmente gravosi (portando a sindromi da affaticamento, tunnel carpale, eccesso di ripetitività) e consentono di alleggerire il carico di lavoro sugli operatori. Inoltre, permettono all’azienda di aumentare la produttività nei picchi stagionali, senza ricorrere a manodopera interinale, che andrebbe comunque formata».

Alleggerire il lavoro ma anche aiutare le aziende a rispondere alla domanda discontinua del mercato sono i punti di forza dei robot collaborativi (cobot), che a questi plus aggiungono un dato economico. «Possono essere applicati ai settori produttivi più vari. Tra i nostri clienti ci sono aziende di automotive, cosmetica, packaging, food e beverage, inclusi grandi brand internazionali come L’Oreal, il gruppo Merlo di Cuneo e Safi. Ma soprattutto i robot costano all’azienda quanto il lavoro di un operaio in un anno, con una forbice che varia in base alla marca tra i 15 e i 50mila euro. Il loro tempo di ammortamento è di circa 400 giorni e, a differenza dei robot tradizionali, sono più facili da utilizzare per gli operatori – aggiunge il fondatore della Sdk – sia per gli addetti alla programmazione e riprogrammazione sia per chi si occupa della manutenzione, che dopo il corso di formazione di 2-3 giorni può essere svolta in modo del tutto indipendente».

La richiesta di cobot è aumentata in modo esponenziale alla Sdk dopo la diffusione del Piano Industria 4.0. Nello specifico, rispetto al 2016 l’azienda ha registrato un +60 per cento sia per quanto riguarda le richieste che in relazione all’attività svolta. Il problema è l’affezione, tutta italiana, all’ultimo minuto, che porta le imprese a intraprendere all’ultimo istante utile la corsa per beneficiare degli incentivi. «La sveglia è suonata dopo Sps Italia, la fiera dell’automazione a Parma. Mentre il primo semestre del 2017 la richiesta si è mantenuta in linea con l’anno precedente – conclude Bertello –, dopo si è impennata. La Sdk ha scelto dedicare la quota di investimenti interni in innovazione sostenuti da industria 4.0 in uno showroom tecnologico in cui faremo toccare con mano ai clienti i robot collaborativi e le soluzioni di automazione proposte. Dal 2000 a oggi abbiamo investito annualmente circa il 10 per cento degli utili aziendali in formazione e ricerca in ambito robotico, per un totale di più di 100mila euro. Adesso ci stiamo concentrando in formazione sulla sicurezza degli operatori al lavoro con i robot collaborativi, perché manca una normativa ben definita e siamo abituati a non improvvisarci ma ad approfondire sempre in prima persona ogni aspetto delle soluzioni automatizzate che proponiamo».


+60%  Aumento della richiesta di robot collaborativi rispetto al 2016. Il problema è la tendenza, tutta italiana, che porta le imprese a intraprendere all’ultimo istante utile la corsa per beneficiare degli incentivi statali


Il problema del gap scuola-azienda

A ogni rivoluzione industriale corrisponde sempre un’alzata di scudi contro le macchine, additate come ladre di lavoro. Sta succedendo anche con i robot collaborativi ma si tratta davvero di nemici degli operai? Non ne sono affatto convinti alla Sdk, azienda cuneese specializzata in soluzioni automatizzate. «Non si tratta di un rischio, semmai di un’occasione per gli operai di migliorare le condizioni di lavoro. Certo – spiega il fondatore Paolo Bertello – sono il primo a dire che i profili lavorativi cambieranno, l’operaio generico si dovrà trasformare in tecnico capace di interagire con i sistemi automatizzati, controllandone il funzionamento. Il vero allarme non è questo ma la difficoltà delle aziende italiane a trovare lavoratori qualificati. Siamo molto competitivi su scala mondiale, i tedeschi sono precisi, noi siamo più capaci di adattarci alle richieste mutevoli del mercato. Ma mentre in Germania il passaggio dalla formazione al lavoro è diretto, da noi c’è un divario abissale tra scuola e impresa che rende difficili gli inserimenti dei giovani in azienda. Non sono preparati, non hanno le competenze giuste e la formazione deve partire quasi da zero».

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